






Quello di Liliana Moro per Platea è un gesto artistico forte, sottile, acuto, mai urlato; è un gesto di grande responsabilità al quale sottende un atto pubblico carico di una forma di generosità che pone al centro il luogo stesso — la vetrina —, mettendola nella condizione di rinegoziare la propria funzione di ambiente statico e puramente ospitante. Essenziale e aperto alla dimensione collettiva, | senza | soluzione di continuità, prima di essere un’opera in sé, si configura infatti come un intervento architettonico deciso che “sfonda” le pareti di Platea e ne riconfigura la presenza fisica e la memoria visiva in Corso Umberto I, 46, a Lodi. L’intuizione di rivestire interamente i muri dello spazio espositivo con un materiale specchiante, risponde alla necessità di voler “aprire” la vetrina e di renderla complice della vasta transitorietà di narrazioni che scorre al suo esterno. Per dieci mesi, | senza | soluzione di continuità registrerà come un sismografo quello che accade nella piazza antistante, nel passaggio quotidiano di persone e veicoli, nello scorrere delle ore, negli incontri casuali o voluti: tutti eventi che entrano senza sosta nell’opera e la nutrono, innescando una partecipazione immediata con chi attraversa e vive quella porzione di città, di giorno e di notte — che sia per un solo istante, o per la routine di chi aspetta il bus alla fermata antistante.
Questo ambiente architettonico porta con sé anche un’attitudine dal carattere sensibile che fa di Platea un corpo che tocca il fuori dal di dentro, e nel momento stesso in cui lo fa, lo riflette e lo riporta al di fuori. In questo atteggiamento l’intervento non inganna. La superficie specchiante di | senza | soluzione di continuità non giudica, non è un filtro, non scompone, non altera, ma semplicemente riflette fedelmente ciò che il suo corpo incontra. Non ha più senso distinguere tra forma e contenuto; è un corpo che proprio nella sua apparente freddezza restituisce una sfera accogliente; è un corpo che tocca altri corpi — il tuo, il suo, il nostro —, in un corpo a corpo continuo, gentile, senza interruzione. In questo fare e disfare di tocchi e riflessi, si gioca parte della partita, tra sguardi e rimandi. È qui che si innesta con decisione un altro corpo, un elemento scultoreo, testimone impassibile che abita questo ambiente e lo inchioda a una dimensione tangibile, forse un po’ la destabilizza, certamente la connota e ci interroga. Un tubo giallo (RAL 1023, tipico della segnaletica stradale, e spesso usato dall’artista anche in altre opere) occupa lo spazio in tutta la sua altezza: un segno verticale decentrato che connette il pavimento al soffitto. Sembra un sostegno, un palo senza funzione vera e propria — e in effetti lo è —, ma un ugello verde spunta da questo lungo elemento: prolungamento, sottile deviazione. Nelle ore notturne, accade che da questo cannello fuoriesca un lieve rigagnolo di acqua. Il tubo si attiva, distilla intuizioni e pensieri suggeriti dal luogo, Lodi, e diventa una fontanina, facendo eco all’Adda poco distante. | senza | soluzione di continuità si rimodella così, nuovamente, come corpo architettonico e atmosferico che si trascina placidamente dietro quell’atmosfera solitaria da piazza notturna di provincia, quella classica con la fontanella e la chiesa vicina. A ben udire, quel leggero scorrere di acqua può essere percepito da chi passa nelle immediate vicinanze, o da chi aspetta lì davanti l’ultima corsa del bus.
| senza | soluzione di continuità si pone come asse portante di Fivefold Tuning, la programmazione espositiva 2026 di Platea | Palazzo Galeano, a cura di Giovanna Manzotti. Come in un unico piano sequenza, all’interno della struttura temporale estesa pensata per il palinsesto (20 marzo 2026 – 15 gennaio 2027), quattro artisti emergenti — Federica Balconi (Monza, 1999), Lorena Bucur (Cremona, 1996), Diana Lola Posani (Milano, 1994) e Andrea Di Lorenzo (Varese, 1994) — entreranno progressivamente in scena tra la primavera e l’autunno 2026. Il titolo Fivefold Tuning, evoca l’idea di un’accordatura a cinque voci: un processo di armonizzazione e prossimità che presuppone ascolto e tensione condivisa. La voce iniziale — quella di Moro — stabilisce il ritmo entro cui le pratiche degli altri artisti trovano spazio, in un esercizio continuo di sintonizzazione tra linguaggi e sensibilità.
Liliana Moro nasce nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 1989 fonda, insieme ad altri artisti, lo Spazio di Via Lazzaro Palazzi a Milano che chiuderà nel 1993. Incontrare il suo lavoro significa entrare in uno spazio in cui è presente solo ciò che è strettamente necessario. Suono, parole, sculture, oggetti, performance, disegni, collage e video compongono un universo essenziale e diretto, capace di restituire una realtà insieme cruda e poetica. Le sue opere, spesso radicate in oggetti e situazioni quotidiane, invitano a guardare oltre l’ovvio, aprendo territori di esperienza in cui lo sguardo e l’ascolto diventano strumenti di attraversamento. Liliana Moro ha esposto in importanti mostre collettive e personali quali: Documenta IX Kassel; Aperto XLV Biennale di Venezia; Castello di Rivoli, Torino; Quadriennale di Roma; Moderna Museet, Stoccolma; PS1, New York; De Appel, Amsterdam; Triennale di Milano; MAXXI, Roma; Galleria Nazionale d’arte, Roma; 58° Biennale di Venezia, Padiglione Italia; Galleria Emi Fontana, Milano; MUHKA, Anversa; Fondazione A. Ratti, Como; Fondazione Zegna All’Aperto (opera permanente), Trivero; Cubo Garutti/Museion, Bolzano; Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz; PAC Padiglione di Arte Contemporanea, Milano.
Nel 2020, la Bielorussia è stata attraversata da un’ondata di proteste senza precedenti, scaturite dalla controversa rielezione di Aleksandr Lukashenko per il settimo mandato consecutivo e dalla violenta repressione messa in atto dal suo regime. Questo momento, pur non rovesciando il governo, ha rappresentato una svolta storica: l’emergere di un nuovo soggetto democratico collettivo, capace di ridefinire il senso di comunità e resistenza in quel contesto.
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