VASHISH SOOBAH 13.nov 25—04.gen 26​

VASHISH SOOBAH 13.nov 25—04.gen 26​

Vashish Soobah
Chez moi

Vashish Soobah (Catania, 1994) presenta Chez moi, una nuova produzione realizzata appositamente per lo spazio di Platea. Il titolo della mostra richiama i numerosi bar e ristoranti disseminati nel territorio mauriziano che utilizzano nei propri nominativi la formula Chez, eredità linguistica del periodo coloniale francese e letteralmente “casa di”.
Il cibo, elemento esplorato per la prima volta dall’artista nella sua pratica, diventa strumento di indagine: Soobah propone un campo di riflessione che può essere letto in dialogo con il pensiero di Derek Walcott, poeta e teorico caraibico che ha riflettuto sull’esperienza postcoloniale come spazio di creolizzazione, ibridazione e ricomposizione. Walcott propone una visione della diaspora che si allontana dalla frammentazione nostalgica e si apre alle possibilità di riscrittura del sé a partire dalle tracce personali.La mostra si articola in un nuovo lavoro video, realizzato dall’artista nel 2025 durante un periodo trascorso a Mauritius, e da un’installazione site-specific che ridefinisce la funzione di Platea durante l’intera durata del progetto.

 

Quando cadono i muri
Una delle ricchezze più fragili e anche più preziose dell’identità, personale o collettiva, è il fatto che si sviluppa e rafforza in maniera continua (e infatti non incontriamo mai modelli identitari fissi). Ma anche che l’identità non saprebbe affermarsi né consolidarsi a partire da regole, prescrizioni o leggi che ne fondassero d’autorità la natura o ne garantissero a forza l’immutabilità. Il principio di identità si realizza o derealizza producendo a volte fasi di regressione (la perdita del sentimento del sé), a volte di patologia (l’esasperazione di un sentimento collettivo di superiorità). Rispetto a queste fasi, neanche le relative “guarigioni” rivelerebbero delle decisioni elaborate, definite, e poi meccanicamente applicate.
Cerchiamo di accostarci a questa molteplicità complessa, mai data come un tutto né una volta per tutte, che noi chiamiamo identità. Un popolo o un individuo può essere attento ai movimenti della propria identità, ma non può deciderla preventivamente, per mezzo di principi e postulati.
Non sapremo gestire un Ministerio dell’Identità. Altrimenti, la vita della collettività diventerebbe un meccanismo, il suo futuro asettico, reso sterile da regie fisse, come in un esperimento da laboratorio. Il fatto è che l’identità è prima di tutto un essere-nel-mondo, come dicono i filosofi, un rischio che bisogna correre e di cui si alimenta il rapporto con l’altro e con il mondo; ed è, allo stesso tempo, un risultato di questo rapporto. Una simile ambivalenza nutre contemporaneamente la libertà di intraprendere e, più in là, l’audacia di cambiare.
 
Identità nazionale
In Occidente e, prima che altrove, in Europa, le collettività si sono costituite in nazioni, la cui doppia funzione è stata di esaltare quelli che venivano definiti i valori della comunità, di difenderli contro ogni aggressione esterna e, se possibile, di esportarli nel mondo. La nazione diventa allora uno Stato-nazione, il cui modello poco a poco si impone definendo la natura fondamentale dei rapporti tra i popoli nel mondo moderno. La comunità che vive nello Stato-nazione sa perché lo fa, senza mai poterlo formulare attraverso postulati e teoremi; è la ragione per cui essa lo esprime attraverso simboli (i famosi valori), ai quali pretende di attribuire una dimensione “universale”.
Una simile organizzazione è all’origine delle conquista coloniali: la nazione colonizzatrice impone i propri valori e fa appello a un’identità preservata da ogni attacco esterno, che noi chiameremo “identità e radice unica”. Anche se ogni colonizzazione è, prima di tutto, sfruttamento economico, nessuna può fare a meno di questa supervalorizzazione identitaria che giustifica lo sfruttamento. L’identità a radice unica ha dunque sempre bisogno di rassicurarsi autodefinendosi, o almeno cercando di farlo. Ma un tale modello è stato anche rintracciato, se non all’origine, almeno nella realizzazione delle lotte anticolonialiste: è tramite la rivendicazione di un’identità nazionale, ereditata dall’esempio dei colonizzatori, che le comunità dominate hanno trovato la forza di resistere. Lo schema dello Stato-nazione si è così moltiplicato nel mondo. E ne sono derivati solo disastri.
Da una tale sequela di evidenze, o di luoghi comuni, possiamo trarre due conclusioni.
In primo luogo, che le nazioni di nuova costituzione, o che hanno cambiato regime, difficilmente progrediscono verso un’idea della nazione che non sia legata a un imperativo identitario rigido ed esclusivo. Ci sembra che solo il Sudafrica liberato dall’apartheid abbia espresso la necessitò di un’organizzazione volontariamente meticcia, di un ideale dello scambio che non sia retto da decreti o da ordinanze ministeriali. Un’organizzazione in cui i neri, gli zulù, i bianchi, i meticci, gli indiani potrebbero vivere insieme, senza sopraffazioni e conflitti: la vocazione a un’identità-relazione che si spingerebbe più in là della semplice giustapposizione di etnie o di culture che oggi viene definita multiculturalismo.
D’altra parte, solo quando lo Stato-nazione è minacciato nella sua esistenza si può capire la necessità, da parte dell’identità nazionale, di forgiarsi pienamente come strumento di difesa (e di decidere chi è un traditore della nazione e chi non lo è) o come fermento di coesione, senza che vi sia tuttavia il bisogno di legiferare su quest’identità. Ma come si può credere che oggi la nazione francese sia messa in pericolo in modo così profondo, e che il flusso dei due o trecentomila immigrati illegali che provengono dai paesi poveri dell’Africa costituisca il nocciolo duro di questa minaccia? Ci sembra che la reazione organizzata contro tali flussi rifletta innanzitutto una preoccupazione d’ordine ideologico più che di benessere economico o pratico, o di equilibrio sociale.
Si è saputo che un giovane prodigio della direzione d’orchestra è nato in un garage; i suoi genitori, in quanto senza tetto e immigrati, avrebbero potuto subire gli attuali decreti di espulsione. Si è avuta la conferma che il ragazzino caduto da una finestra mentre cercava di sfuggire alla polizia fosse uno dei migliori alunni della propria classe. E la Francia, in nome di un’idea fissa di identità, potrebbe freddamente rinunciare a tutto questo? O cercherebbe di esercitare un illusorio controllo su ciò che di inatteso, inestimabile e, a lungo termine, fecondo, potrebbero portarle la diversità, l’imprevedibilità e le ricchezze del mondo?
 
Fare mondo
Così, in pieno XXI secolo, una grande democrazia, una vecchia repubblica, una terra definita patria dei diritti dell’uomo riunisce nella denominazione di un Ministero, chiamato in primo luogo alla repressione, i termini immigrazione, integrazione, identità nazionale, cosviluppo. In questo precipitato, i termini cozzano l’uno con l’altro, si annullano, si condannano e non lasciano “alla fine” che il singhiozzo di una regressione. In questo modo, la Francia tradisce una parte non codificabile della propria identità, uno degli aspetti fondamentali – l’altro è il colonialismo – del suo rapporto con il mondo: l’esaltazione della libertà per tutti.
È vero che lo spazio democratico è un campo di forze antagoniste estremamente violento, e che questo sistema, il meno dannoso di tutti, richiede un’attenzione costante e quasi una vigilanza da guerrieri. E’ anche vero che abbiamo abbandonato l’idea di una progressione rettilinea della coscienza umana e imparato che regressione e avanzamento sono inscindibili: laddove si intensifica la luce, anche l’ombra si accentua.

 

*Gli autori fanno riferimenti alla creazione nel giugno del 2007 del Ministero dell’Immigrazione, dell’Integrazione, dell’Identità nazionale e dello Sviluppo solidale da parte del I governo Sarkozy.

Chamoiseau, Patrick & Glissant, Édouard. Quando cadono i muri. L’identità nazionale fuorilegge? Trad. Maria Pace Ottieri. Roma: Nottetempo, 2008.

 

Vashish Soobah (Catania, 1994)
è un artista visivo nato in Sicilia da genitori mauriziani, cresciuto nel Nord Italia, formatosi a Londra e attualmente operativo a Milano. Il suo lavoro video, fotografico, performativo e sonoro esplora le cause profonde ed i meccanismi sociali intrinsechi delle migrazioni africane nel contesto globale e in particolare le implicazioni che esse registrano nelle società occidentali. I suoi progetti artistici nascono inoltre dalla sua necessità di trattare con precisione e complessità il suo posizionamento in quanto soggetto diasporico mauriziano in Italia ovvero in quanto afrodiscendente brown (e quindi non nero) con una genealogia nel sud est asiatico. I suoi lavori sono stati presentati presso la Triennale di Milano, Madragoa in Portogallo, MA*GA di Gallarate, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Guarene, Almanac Inn di Torino, Marsel a Milano, spazio Oberdan. In occasione del 28° FESCAAAL ha presentato il documentario “Nanì”.

 

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